Di recente, facendo zapping serale, mi sono soffermato su di un canale tematico, di cui non ricordo né il numero, né tantomeno a che network appartenesse, ma che stava trasmettendo un servizio su alcuni dei borghi più belli d’Italia ed in particolare su quello di Cella Monte.
Situato in provincia di Alessandria, si trova tra le dolci colline del Monferrato Casalese, terra di vigneti e di produzione di vini apprezzati come il Grignolino, la Barbera, la Freisa. Il Comune è situato nella core-zone del sito seriale, il “Monferrato degli Infernot” che nel 2014 ha ottenuto il riconoscimento Unesco come Patrimonio dell’Umanità per i Paesaggi Vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato. Gli “Infernot” sono una struttura unica nella zona, una cella sotterranea scavata nella locale pietra da cantone, in cui l’assenza di luce, la temperatura e l’umidità costante, offrono le condizioni ottimali per la conservazione delle bottiglie di vino.
Ricordo che un paio di anni fa, dopo aver fatto una visita a Casale Monferrato, per il pranzo decisi di recarmi in questo borgo e fu proprio mentre aspettavo che mi portassero il classico piatto di antipasto contenente il tipico vitello tonnato, appresi una delle leggende più conosciute e diffuse sull’origine del Monferrato.
La trama è presto detta e si fonda su un nobile di stirpe germanica, tal Aleramo, il quale si era innamorato, contraccambiato, della bellissima Principessa Alasia, figlia dell’imperatore Ottone, che con ogni mezzo possibile, faceva di tutto per contrastare questa relazione clandestina.
I due innamorati decisero di fuggire verso l’odierna Liguria, ma dopo mille peripezie, l’imperatore, mosso a compassione, decise di perdonarli promettendo ad Aleramo che gli avrebbe donato tutta la terra che sarebbe riuscito a circoscrivere in tre giorni di cavallo.
Aleramo, ferrò il suo cavallo con l’aiuto di un mattone ed iniziò una corsa a perdifiato tra le colline del Basso Piemonte, delimitando l’area dell’odierno Monferrato. L’etimologia Monferrato è data dai termini piemontesi mun (mattone) e frà (ferrare), infatti in dialetto piemontese Monferrato si dice Munfrà. Qualcuno sostiene anche che il nome Monferrato faccia riferimento ad un villaggio francese vicino a Grenoble che si chiama Monferrat d’Isere, dove un tempo esisteva una contea appartenuta a Guglielmo, padre di quel Aleramo raccontato nella leggenda. Tra l’altro, gli abitanti di Monferrat d’Isere vengono chiamati ancora oggi monfrinos, termine che assomiglia tantissimo all’aggettivo italiano monferrino e che potrebbe certificare il legame franco/italiano.
Il ristorante che mi ha rifocillato si trova all’interno di un agriturismo che porta lo stesso nome dell’azienda vinicola e che ha per nome “La Cà Nova”.
Piccola realtà ma con un “infernot” davvero bello che ho visitato a margine del pranzo e che, inconsapevolmente è stata una scoperta molto interessante che mai e poi mai mi sarebbe stato rivelato se non mi fossi trovato da quelle parti. Ho pranzato davvero bene, facendo seguito all’antipasto con un succulento piatto di bollito piemontese, autentica meraviglia che ha appagato le mie papille gustative, anche se la giornata fosse abbastanza calda, ma personalmente non c’è stagione che tenga per il bollito, ed ogni volta che mi trovo in Piemonte non riesco a rinunciarci. Ho accompagnato il tutto con una bottiglia di Barbera del Monferrato “Terra Antiqua” La Cà Nova e che ho voluto riproporre come degustazione, in una giornata uggiosa e decisamente piovosa, nell’annata 2007 di 14,5° vol.
Il nome Terra Antiqua è stato scelto per la storicità della terra monferrina, da sempre culla di questo antico vitigno.
Barbera vendemmiata manualmente a fine settembre con una fermentazione che avviene a contatto con le bucce per un periodo minimo di 20 giorni. La maturazione, invece, avviene in vasche d’acciaio per la durata di circa 8 mesi, per poi proseguire con un affinamento in tonneaux da 500L di rovere francese Allier di tostatura media e tostatura forte per poco più di 12 mesi.
Ma, come sempre, veniamo alle note gusto/olfattive.
Aperto 5 ore prima di essere servito e versato nel bicchiere da degustazione mezz’ora prima di essere degustato, si presenta con un colore granato intenso, quasi mattonato, soprattutto nella parte centrale del bicchiere, con accenni di velature e con una cromatura più tenue sull’unghia. Al naso, un iniziale sentore di smalto per unghie, viene soppiantato da matrici fruttate di ciliegia marasca sotto spirito, prugna cotta e mora surmatura; a seguire molta terziarietà con note terrose, funghi porcini, cuoio e tostature di caffè su di un finale vagamente legnoso e vanigliato. In bocca, ha ancora una freschezza acida, dove a livello gustativo vengono ripresi in un primo momento i rimandi fruttati olfattivi per poi essere sopraffatti da un incalzante gusto di caffè da moka, per poi finire su una sensazione cioccolatosa. Tannino completamente svolto in una Barbera complessa e decisamente strutturata che ha raggiunto il suo apice e che ha una buona persistenza gustativa, lunga ma non lunghissima.
Un vino verace, molto più vicino ad Aleramo, non di stirpe così nobile come la sua amata principessa, ma decisamente sincero e soprattutto che rispecchia una terra, quella monferrina, che sa dispensare attraverso un vitigno come la Barbera vini territoriali ed autentici.
Io, come la gran parte degli appassionati, sono innamorato delle Langhe, che la fanno da padrone nel panorama vinicolo piemontese, ma a volte (anche purtroppo per l’escalation dei prezzi) preferisco non vincere facile e ricercare in altri ambiti eccellenze vinicole spesso bistrattate a torto, ma che sanno coniugare il piacere della scoperta con quella del gusto qualitativo.
Mi concedo un altro sorso di questa Barbera e vi rimando alla prossima degustazione.