Fidati di me, baby, dammi tempo, dammi tempo!
Ho sentito qualcuno dire: più è vecchia l'uva,
più è dolce il vino.
Il mio amore è come un seme, baby, ha solo bisogno di tempo per crescere:
diventa più forte giorno dopo giorno!
JANIS JOPLIN
La Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, meglio conosciuto come festival di Woodstock o più semplicemente Woodstock, è stato uno storico festival musicale tenutosi dal 15 al 18 agosto 1969, all'apice della diffusione della cultura hippie, nella fattoria di Max Yasgur a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York.
Ideato come un festival provinciale e all’epoca neanche tanto reclamizzato, raccolse inaspettatamente almeno 500.000 persone (secondo fonti indipendenti addirittura un milione di giovani).
Tralasciando il suo connotato politico, in cui molti ci videro l’inizio di una nuova era e per altri un evento utopico in cui gli ideali di pace e libertà degli anni sessanta furono definitivamente seppelliti, fu il proscenio dell’esibizione di 32 tra solisti e band tra i più noti dell’epoca. La manifestazione terminò con un giorno oltre il previsto e fu caratterizzata da un enorme consumo di Cannabis e LSD. Ancora oggi, a quasi sessant’anni di distanza è considerato come il più grande evento della storia del rock, in cui il movimento hippie, attraverso la musica, protestava contro la guerra in Vietnam e contro una classe dirigenziale americana corrotta.
Sul palco furono i giorni di band come “The Who, i Grateful Dead, Stills & Nash e di artisti del calibro di Jimi Hendrix e Joe Cocker. I Beatles furono invitati ma non parteciparono in quanto sostanzialmente già sciolti, i Rolling Stones non furono invitati in quanto non in linea con lo stile pacifico del festival e i Doors di Jim Morrison declinarono l’invito perché non amavano suonare in concerti all'aperto e pensavano che la gente non avrebbe viaggiato sino a Woodstock, un posto così lontano da New York City.
Tra le donne soliste di esibirono sul palco l’attivista Joan Baez e soprattutto la leggendaria Janis Joplin.
Il 04 ottobre 1970, Janis Joplin muore per overdose di eroina e morfina, almeno secondo quanto riportato dal rapporto ufficiale del coroner. Scoperta nella sua stanza d'albergo a Hollywood, la leggenda del rock and roll era a faccia in giù, in tenuta intima e stringeva le sue sigarette in una mano. Janis aveva appena 27 anni, andando a fare compagnia ad altri illustri artisti facenti parte della cosiddetta “maledizione della J” , tutti deceduti alla stessa età, vale a dire Brian Jones, Jimi Hendrix e Jim Morrison.
Nonostante trascorse un’infanzia tranquilla, i primi scricchioli iniziarono al liceo, in cui si vedeva brutta e informe, andando a compensare queste turbe psichiche con modi bruschi, sgraziati e con una dialettica decisamente sboccata. La consolazione nelle bevute di birra, ben presto lasciarono il posto al Bourbon e alla droga, anche se non saltò mai un concerto per colpa degli stupefacenti, mentre a volte sul palco si esibì sbronza.
In un’intervista disse:” Forse il mio pubblico gode di più la mia musica se pensa che io mi stia distruggendo".
La sua voce ruvida e graffiante, in parte restituita in quel modo dai fiumi di Bourbon, resterà impressa per sempre consacrandola come l’unica vera regina del blues. Lasciando da parte lo stereotipo della sua rovinosa vita e conseguentemente della sua dannazione, possiamo assolutamente certificare che la Joplin ha dato vita, nella sua pur breve carriera, alle migliori performance di una cantante bianca nell’interpretazione del blues; una vocalist come non ce ne erano mai state prima e non ce ne saranno più. L’unica che ha tentato di avvicinarsi è stata Ami Winehouse che, ironia della sorte è deceduta sempre a 27 anni per intossicazione da alcool.
Il Blues era la redenzione della sua anima sofferente, in cui ritrovava il senso di vivere prima di ritornare a perdersi nei suoi eccessi.
L’urlo liberatorio prima del ritornello della sua canzone più famosa, vale a dire Piece of my Heart (andate ad ascoltarla su you tube nella versione live in Germany del 1968) è quanto di più reale nel rispecchiare la sua tumultuosa vita. C’è una bellissima fotografia che la ritrae seduta nel versarsi un bicchiere di vino prima di salire sul palco a Woodstock; capelli lunghi con le punte bicolori, vestito lungo sgargiante con colori mesciati, quasi candeggiati, immancabile collana lunga ed occhialini rotondi color arancio. L’etichetta è coperta dalla sua mano destra e si vede una fascetta gialla non utile nell’identificare il vino, sicuramente bianco, che nel mio immaginario vorrei potesse essere un Sancerre “Les Monts Damnès” di Pascal Cotat, che, alla sua memoria ho voluto degustare nell’annata 2012 di 12,5° vol. Siamo a Chavignol, in Loira orientale dove il Sauvignon Blanc nella denominazione Sancerre trova la sua massima vocazione.
Le Monts Damnès (monti dannati) sito in cui i vigneti si vendemmiano con non poca sofferenza per i ripidi pendii, ben si addicono all’anima tormentata di Janis Joplin che della sofferenza ne ha fatto un vero e proprio must.
Quella di Pascal è una piccola produzione con vigneti coltivati eroicamente con un argano. Le vendemmie avvengono a maturazione molto elevata e i vini sono lenti da produrre, ma invecchiano in modo ammirevole. Il quarto di secolo non li spaventa. Pascal Cotat cerca di mantenere la massima sobrietà per uno sviluppo ottimale oltre ad essere intimamente legato alla sua terra e alle sue tradizioni. 2,5 ettari di vigneti di cui 2,4 vitati a Sauvignon e solamente 0,1 a Pinot Noir per un’esigua produzione di 15.000 bottiglie l’anno.
Viticoltura biologica non certificata e terreni composti prevalentemente da calcare Kimmeridgiano, con vendemmia manuale e rigorosa selezione dei grappoli in vigna. In cantina, minimo intervento, fermentazioni solo con lieviti indigeni ed affinamenti in vecchie botti con una sottile micro-ossigenazione non invasiva. Imbottigliamento senza alcuna filtrazione.
Ma veniamo alle note gusto/olfattive di questa boccia che sugli scaffali (se ancora la trovate) la portate a casa con un'ottantina di euro circa.
Stappato 4 ore prima di essere servito e versato nell’ampio balloon un quarto d’ora prima di essere degustato, si svela con un bel colore giallo paglierino leggermente dorato soprattutto nella centralità del bicchiere, con ancora qualche sfumatura verdolina sull’unghia.
Al naso, immediate nuances vegetali di bosso, caratteristica peculiare del Sauvignon Blanc, lasciano ben presto il posto a note agrumate di pompelmo rosa ed a seguire note floreali di gelsomino, per poi chiudere su dolci sensazioni di zucchero filato e caramellina strawberry gel.
In bocca, è caratterizzato da una freschezza sorprendente e nonostante i quasi 13 anni sulle spalle, sembra sorprendentemente appena imbottigliato, ma è la sua eleganza e una raffinatezza quasi aristocratica che lo distinguono, con una beva scorrevole, complicatamente semplice e per certi versi anche ruffiana.
I rimandi olfattivi emergono al palato e ci rimangono davvero per lungo tempo con una persistenza davvero notevole ed appagante allo stesso tempo. Chiude con un leggero retrogusto amarognolo che gli dona ulteriore importanza. E’ ammaliante come il canto delle sirene ed io, come un novello Ulisse non so resistere e ne verso ancora un po’ nel bicchiere.
Un Sancerre di altissima qualità da un produttore iconico che non dovrebbe mai mancare nella cantina di ogni appassionato.
Degustando questa opera d’arte, la simbiosi con le note in sottofondo del successo di Janis Joplin è d’obbligo e a tratti sarei tentato anche io di lasciarmi andare a un urlo liberatorio, prima di ritornare tra le pieghe di questa vita che nel nostro lungo peregrinare risulta in alcuni momenti difficile da percorrere, ma per fortuna c’è questo Sancerre davvero consolatorio.
Alla prossima…..