“Le rotture di coglioni sono divise in livelli che sono dieci in tutto. Ma si parte dal sesto. Abbiamo….i bambini che urlano. Al settimo, gli intenditori di vino. All’ottavo gli spettacoli che vanno oltre l’ora. Al nono l’invito a un matrimonio o a un battesimo e al decimo….vabbè l’hai appena visto (omicidio). “
(Rocco Schiavone)
Il 19 febbraio è tornata in prima serata su Rai2 la serie TV “Rocco Schiavone” con la stagione nr. 6, tratta dai romanzi gialli di Antonio Manzini.
Interpretato da un immenso Marco Giallini, attore affermatosi in tarda età, riesce superbamente a dar vita a un personaggio dal difficile profilo psicologico, intriso da un inimitabile anticonformismo e da un invidiabile politicamente scorretto, che fanno da corollario ai suoi metodi fuori dai canoni e al limite della legalità.
Un vice-questore romano esiliato per motivi disciplinari in quel di Aosta, dai modi scorbutici, con un lessico spesso sboccato, a tratti volgare e per certi versi ruvido e graffiante, ma con un grande intuito investigativo soprattutto nel risolvere i casi di omicidio.
Rifugge la burocrazia e i burocrati e questo suo atteggiamento lo induce spesso a sconfinare nell’indisciplina agli occhi dei suoi superiori.
La moglie uccisa in un agguato, è una presenza costante e immaginaria nella fantasia di Schiavone, con la quale si confida giornalmente non riuscendo mai del tutto a lasciarla andare. Passato dall’assolata Roma al freddo delle montagne valdostane, metafore del suo cuore gelido ed ormai quasi incapace di veri sentimenti, dopo la prematura scomparsa della moglie.
Avvolto nel suo loden verde, iconiche scarpe Clark ai piedi, anche in pieno inverno e l’immancabile sigaretta tra le labbra, lo si vede muovere tra la città di Aosta e le valli circostanti sempre pronto a risolvere casi complicati ed intricati.
Nell’atrio della Questura, a ridosso del suo ufficio, dove spesso e sovente, fuori da occhi indiscreti consuma una canna, ha esposto una lavagna contenente i livelli di quello che definisce “le rotture di coglioni”. Al settimo posto spiccano “gli intenditori di vino” (meno male che io sono solo un appassionato!!).
Senza mai nominarli, in una puntata allude a certi sommelier, da quelli snob che hanno sempre bevuto qualcosa di meglio rispetto a quello che hanno nel bicchiere, ai talebani, dove tutto il vino deve essere per forza biologico o biodinamico e chi se ne frega se poi quel che bevono sia ossidato o stracotto.
Per non parlare dei boriosi, quelli che hanno bevuto annate improbabili e che conoscono personalmente tutto il gotha enologico che conta, per finire a quelli che se una bottiglia costa meno di 100 euro non è di qualità.
Nel corso delle 5 stagioni precedenti, nelle scene delle serate al ristorante o in casa, tra amici, Schiavone è solito sorseggiare un calice di rosso che, se rapportato alla personalità del vice-questore può solo essere identificato con un vino che ho tratto dagli scaffali della mia cantina e più precisamente faccio riferimento al Langhe Nebbiolo “No Name” annata 2020 di 14,0°vol dell’azienda vinicola Borgogno & Figli.
Vino strutturato che potremmo definire come un “Barolo- non Barolo” e che simboleggia una protesta silenziosa al vino Barolo, un'etichetta di dissenso contro la burocrazia vinicola italiana che ha sostanzialmente declassificato il Barolo. 15 anni fa Borgogno ha presentato due campioni di Barolo realizzati nello stesso modo, invecchiati in due botti separate, alla commissione di degustazione del Barolo. Hanno approvato un campione di botte, ma non l'altro. Borgogno era determinato a condividere il vino rifiutato con il mondo, un vino a cui è stato negato un nome, da cui "No Name".
La cantina Borgogno, fondata nel 1761 è quella più storica di Barolo ed è situata nel centro del paese, facile da raggiungere, sia che parcheggiate l’auto nell’ampio parcheggio ai piedi del Castello di Barolo, sia che la mettiate nella piazzetta antistante Via Roma, dove tra l’altro ha sede la cantina di Bartolo Mascarello.
Memoria storica di Langa, i vini di Borgogno vengono prodotti mantenendo la tradizione, con lunghe fermentazioni spontanee senza l’utilizzo di lieviti selezionati in vasche di cemento e lunghi affinamenti rigorosamente in grandi botti di rovere di Slavonia. L’azienda pratica solo trattamenti sostenibili evitando rigorosamente concimi chimici e diserbanti; dal 2019 è certificata biologica.
Questo “No Name” nasce dopo una raccolta manuale di uve Nebbiolo, dove in cantina vengono diraspate e pigiate. Segue una fermentazione spontanea in grandi vasche di cemento, a una temperatura compresa tra 22°C e 28°C per circa 15 giorni, si procede poi con una pressatura soffice e l'invecchiamento in botti per poco più di 2 anni.
Ma veniamo alla degustazione di questo Langhe Nebbiolo che ben si addice al politically incorrect del vice-questore.
Stappato 4 ore prima di essere servito e versato nell’ampio balloon mezz’ora prima di essere degustato si svela di un bel colore rosso rubino uniforme e con riflessi rosacei sull’unghia.
Al naso la prima sensazione avvertita e quella floreale della viola mammola e di petali di rosa appassita, per poi virare sulla parte di frutta rossa con preponderanza di ciliegia, amarena e prugna. Ulteriormente atteso e roteato nel bicchiere, emana sentori speziati e terrosi e sul finale una bella percezione balsamica di bastoncino di liquirizia.
In bocca è decisamente austero con un ingresso che alla cieca potremmo identificare come un giovane Barolo, con tannini ancora ben presenti che quasi tagliano la lingua, ma anche con una generosità che si sviluppa in una beva decisamente appagante. Di corpo, ben strutturato ma anche vellutato, chiude con una persistenza lunga sui rimandi fruttati che ben si replicano a quelli avvertiti all’olfatto.
Chi lavora, ha le proprie rotture di scatole (edulcorando il termine) che si configurano fino al decimo livello come nella scala stabilita da Schiavone; per addolcirle basta concedersi un buon calice di rosso (meglio se in dolce compagnia), come questo “No Name”, che trovate sugli scaffali delle enoteche a un prezzo medio di 35 euro e che sa essere consolatorio, terapeutico e corroborante!
Alla vostra salute me ne verso un altro po’. Alla prossima…..