…but before you come to any conclusions
try walking in my shoes
try walking in my shoes
you’ll stumbe in my footsteps….
(Walking in my shoes – 1993 DEPECHE MODE)
Il 1980, musicalmente parlando, non sarà solo ricordato per lo scioglimento di una band leggendaria come quella dei Led Zeppelin, ma anche per la nascita di una nuova, che dopo oltre quattro decenni è ancora saldamente sulla cresta dell’onda. Mi riferisco ai “Depeche Mode”, gruppo musicale synth-pop britannico composto dall’iconico frontman Dave Gahan e dall’istrionico Martin Gore (chitarra elettrica e tastiere); la formazione originale comprendeva anche Vince Clarke (tastiere. chitarra, cori, drum machine) e Andrew Fletcher (tastiere, basso, cori). Clarke lasciò la band quasi subito per andare a fondare gli Yazoo ed in seguito gli Erasure, mentre Fletcher è rimasto col gruppo sino alla sua morte avvenuta nel 2022.
La musica dei Depeche Mode (nome tratto da un'omonima rivista di moda francese dell'epoca, che può essere tradotto come gazzettino di moda), inizialmente impostata sull’esclusivo uso dell’elettronica, si è via via concessa contaminazioni di pop rock e di new wave e gli oltre 100 milioni di dischi venduti nei quattro continenti, certificano una longevità musicale culminata nel 2020 con l’inserimento della band nella “Rock and Roll Hall of Fame”.
La timbrica particolare ed inconfondibile di Dave Gahan e l’intimismo di Martin Gore, che a livello di scrittura sa sempre entrare introspettivamente nell’universo umano, che scandaglia molteplici temi, dall’amore, alla religione, ai problemi esistenziali, sono da sempre il marchio di fabbrica di questo gruppo ormai entrato nel cono d’ombra dell’immortalità.
Io stesso, ne sono un fan accanito e quando attraverso determinati stati d’animo, non posso fare a meno di abbandonarmi al loro repertorio musicale, in un oblio a volte senza ritorno.
Tra gli innumerevoli album sfornati nella loro lunga e luminosa carriera, vorrei soffermarmi sull’ottavo, pubblicato nel lontano 1993, con precisione il 22 marzo ed avente il titolo di “Songs of faith and devotion” (canti di fede e devozione), che, a dispetto del nome, fu uno dei dischi più oscuri, concepito in un periodo di forti tensioni interne, generate principalmente dalle condizioni psico-fisiche di Dave Gahan, minate pesantemente dalla sua dipendenza all’eroina (oggi brillantemente superata).
Il brano, a mio parere il più emblematico dell’intero album e che si presta a più di una riflessione è: “Walking in my shoes”, letteralmente “camminando nelle mie scarpe”, metafora del più pragmatico “mettiti nei miei panni”.
In sintesi, rispecchia quello che potremmo definire “uno scambio dei ruoli”, in una sorta di estrema richiesta di aiuto, dove il difficile non è pensare “se fossi nei panni dell’altro”, ma è quello di mettersi, anche solo per un istante, quasi fisicamente, al posto di un altro, prendendone il possesso ed il ruolo.
Così facendo, eviteremmo di esprimere giudizi e sentenziare, perché provare realmente un inversione dei ruoli, mette con le spalle al muro, obbligandoci ad analizzare ogni elemento che ha portato a prendere determinate decisioni e ad assumere definiti comportamenti.
Il testo iniziale alla recensione lo evidenzia chiaramente:
…ma prima che arrivi a qualche conclusione
prova a stare nei miei panni
prova a stare nei miei panni
inciamperesti nelle mie orme….
Io però, cerco di trovare in tutto questo anche il lato positivo, andando oltre le avversità. Ognuno di noi, me compreso, almeno una volta nella vita avrebbe voluto essere nei panni di un altro….
A livello enologico, dopo la degustazione del Vouvray “L’Inattendue du Clos Franc” annata 2022 di 14,0° vol. di Denis Meunier, avrei voluto essere nei panni di questo talentuoso vigneron per omologarmi alla sua bravura e provare le stesse emozioni nell’aver dato vita ad uno Chenin Blanc di rara bellezza e di classe cristallina.
Denis Meunier, che il destino vuole abbia nel cognome l’omonimo vitigno utilizzato in Champagne per la produzione delle bollicine, vinifica Chenin Blanc, sotto l’appellation Vouvray, in modo sublime. Dal 2012 ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia, fondata nel 1921 e che oggi conta quasi 15 ettari a Vernou sur Brenne, nella frazione viticola della Vallée de Cousse (Loira occidentale), condotti in maniera molto ragionata, con un assoluto “non” interventismo in vigna ed in cantina una vinificazione molto attenta, tradizionale e lineare.
Questo Vouvray, prodotto in vigneti di 35/40 anni di età e con un terroir formato principalmente di argilla e silex, potrebbe essere definito come una sorta di “vino di nicchia”, vista l’esigua produzione annuale che si attesta sulle 2.000 bottiglie, affinate in botti di rovere; il Clos Franc è un luogo in cui le viti beneficiano di un’esposizione ottimale e in cantina, durante la fermentazione, a secondo dell’annata si effettuano batonnage settimanali per conferire maggior morbidezza al vino.
Ma veniamo alla degustazione di questo superbo Vouvray, che versato nell’apposito bicchiere si manifesta con un bel colore dorato, come quello dei dobloni spagnoli luccicanti al sole, con una limpidezza e una brillantezza su tutta la superficie.
Al naso sensazioni di limone maturo e di ananas, ma anche di frutta con guscio, mandorla e nocciola ed a seguire stecca di vaniglia del Madagascar, per poi chiudere su note leggermente boisè.
In bocca è semplicemente sontuoso, nonostante un’aristocratica sobrietà ed è decisamente orizzontale, con un corredo gustativo che, come una bomba a mano deflagra espandendosi con un grande impatto nell’intera cavità orale e nell’intero arco palatale. Acidità ben bilanciata e grande equilibrio tra freschezza e finezza, si dimostra gustoso e non privo di tensione.
Uno Chenin Blanc di grande effetto ed averlo chiamato “Inattendue” (inaspettato) si è colto nel segno di un vino fuori da ogni previsione o promessa, forse oltre gli stessi desideri di Meunier.
Alcolicità importante, ma davvero impalpabile, grazie ad una freschezza impareggiabile. Un vino che per struttura, saprà reggere nel tempo regalandoci senz’altro nuove sensazioni terziarie.
Davvero bravo Denis, una vera scoperta da approfondire in tutta la gamma dei suoi vini, bollicine comprese.
La versione che preferisco di “Walking in my shoes” è quella che I Depeche Mode hanno eseguito con la BBC Concert Orchestra registrandola dal vivo, con un più sofisticato arrangiamento, nei leggendari Maida Vale Studios della BBC per la Piano Room di Radio 2 a Londra.
Come non guardarla ed ascoltarla abbinandola ad un calice di questo magistrale Vouvray, che ha il magico potere di metterti nei panni di un altro senza mai farti inciampare nelle sue orme…..
Alla prossima.