“…il vino è come la gente.
La vigna raccoglie le influenze della vita che ha intorno,
le assorbe, e così assume la sua personalità…”
(dal film French Kiss – 1995)
Vi siete mai innamorati della “ragazza della porta accanto”? Quella che parte come amica prima che possa nascere un’attrazione sentimentale e che sovente abita in una casa a fianco della tua, oppure perché la si conosce sin dalla tenera età? In senso metaforico (purtroppo), io sì e specificatamente negli anni ’90. Follemente pazzo di colei che, in quegli anni, incarnava davvero la tipica ragazza della porta accanto, una bellezza acqua e sapone che sprizzava romanticismo da tutti i pori, al punto da incoronarla, per almeno un decennio, come la regina delle commedie sentimentali.
Sto parlando di una biondina tutta pepe e chi è nato negli anni sessanta come me avrebbe voluto essere il protagonista maschile di uno dei suoi tanti lungometraggi. Meg Ryan (proprio lei) può essere definita “l’incarnazione” di un modello di ragazza che oggi non esiste più, forse l’ultima fidanzatina d’America. Nella vita reale, i suoi amori sono stati alquanto scandalosi, ma questa è un’altra storia…
Il mio film preferito, interpretato nella sua lunga carriera, non è il tanto celebrato “C’è post@ per te” accanto a Tom Hanks, ma il meno conosciuto “French Kiss” insieme a Kevin Kline, sotto la regia di Lawrence Kasdan (quello di Brivido caldo e Il grande freddo, nonché sceneggiatore de I predatori dell’Arca perduta). La trama è subito detta.
Meg Ryan, forse al culmine della sua candida bellezza, indossa i panni dell’americana Kate, che, nonostante la paura di volare attraversa l’oceano, destinazione la Francia per riconquistare il suo ragazzo, un Timoty Hutton in gran spolvero (promesso sposo) invaghitosi di Juliette ((Susan Ambeh) e confessatole ingenuamente in stato di ebbrezza. Sull’aereo incontra Luc Teyssier (un Kevin Kline in formissima come non mai ), ladro gentiluomo disposto a tutto pur di far rivivere una vecchia vigna provenzale da tempo abbandonata, sita nelle vicinanze del paesino in cui è nato e ha trascorso tutta la sua giovinezza, al punto di essersi impadronito di una collana di diamanti che tiene nascosta tra le radici di una barbatella e che poi cercherà di vendere ad una gioielleria di Cartier, per avere il capitale necessario ad esaudire il suo sogno.
Come spesso accade, tra esilaranti disavventure, equivoci, borghi pittoreschi e momenti davvero romantici, scatta la scintilla che accende un Amore vero, quello con l’A maiuscola e che, inevitabilmente chiude il film con il classico bacio “alla francese”, un French Kiss di quelli che non si dimenticano.
Per me che sono un inguaribile romantico, averne visto più visioni è davvero normale, ma ogni volta mi commuove un frammento del film che reputo ancor più sensuale del bacio della scena finale e la più emozionante in assoluto, forse perché influenzato dalla mia passione per il vino.
Siamo nella casa paterna di Luc, in Provenza, e Kate (già inconsapevolmente innamorata) chiede di vedere la sua stanza e mentre lui sorseggia un po’ distratto e trasognante un calice di vino rosso, lei trova una vecchia scatola dove sono contenute bottigliette contenenti essenze, che Luc confezionò da ragazzo.
Ed è qui che risuonano le parole poste all’inizio della recensione che a mio parere racchiudono una verità assoluta e una sorta di trade-union tra uomo e natura, in un connubio quasi osmotico e mistico allo stesso tempo.
Inevitabilmente racchiudono in poche ma significative parole l’Amore che i viticoltori (la gente) hanno nei confronti della vigna e dell’intero microcosmo che la contempla al punto di trasferirle la propria anima.
Un Amore che si manifesta nella sua più pura essenza in un vino rosso, colmo di passione, di romanticismo, di sensualità e di carnalità, ma anche di spiritualità e come non pensare ad un vino provenzale che, a mio modo di vedere raccoglie tutte queste caratteristiche, legittimate, come fossero marchiate a fuoco, nel sorso di un Palette Rouge annata 2018 di 13,5°vol. dello Chateau Simone.
La traccia più antica di viticoltura a Château Simone risale a reperti scritti del 1552. La tenuta apparteneva allora ai monaci dei Grands-Carmes d’Aix, che scavarono le cantine del castello nel XV o XVI secolo.
In seguito, Château Simone passò di mano a diverse famiglie provenzali molto note, come i Pascalis. Nicolas-Toussaint Rougier, il primo di una stirpe di viticoltori, acquistò gli 8 ettari di terreno esposti a nord della tenuta negli anni '20 dell'ottocento. Lì, iniziò a produrre vini rossi e bianchi destinati a una clientela locale, in particolare alla borghesia di Aix.
Alla fine del XIX secolo, la fillossera devastò l'intero vigneto di Château Simone. Un discendente, Albert Rougier, si adoperò per reimpiantare gran parte del vigneto con la varietà di uva Clairette.
La generazione successiva, capitanata da Jean Rougier, nel 1946 presentò un dossier per ottenere un’appellation (denominazione) distinta per Château Simone. La posizione geografica del vigneto, isolato da un bosco, giustificò questa richiesta. Fu nel 1948 che la tenuta ottenne la denominazione Palette. Dal 2016, Jean-François Rougier rappresenta la settima generazione a prendersi cura della terra e delle sue vigne, da sempre trattate con metodi biologici.
Numero di bottiglie prodotte all'anno: 100.000
Superficie coltivata: 23,7 ettari (Rosso: 12, Bianco: 11,7)
Metodo di raccolta: Manuale, età media delle viti: 60
Vitigni a bacca rossa: Cabernet-Sauvignon (10%), Syrah (10%), Grenache noir (40%), Divers noir (10%), Cinsault (10%), Mourvèdre (20%)
Vitigni a bacca bianca: Bourboulenc (5%), Grenache Blanc (10%), Divers Blanc (5%), Clairette (80%).
Ma veniamo alla degustazione di questo blend di Grenache (45%), Mourvèdre (30%), Cinsault (5%) e 20% di Syrah, Castet, Manosquin, Carginan, Moscati vari .
Stappato un paio d’ore prima di essere servito, si svela agli occhi con una bella veste cromatica di rosso rubino intenso con leggere velature rosacee sull’unghia.
Al naso è un tripudio di frutta rossa fresca, lampone e ciliegia marasca che solleticano con leggiadra ricettività le cavita nasali; a seguire sensazioni erbacee e di pasta di olive, tipiche della gariga costiera provenzale, per poi virare su una decisa terziarietà contraddistinta da cuoio, pellame da selvaggina, terra bagnata e pepe bianco.
In bocca è sì morbido, ma anche astringente, con un tannino voluttuoso ed incalzante da una scalpitante gioventù e che non è ancora completamente svolto, ma sicuramente di gran effetto. Corrispondenza naso/bocca da manuale con i rimandi fruttati ben in evidenza in una beva scorrevole ed importante allo stesso tempo e sostenuta da una persistenza decisamente lunga, chiudendo con un retrogusto leggermente amaricante. Un vino profondo, come dovrebbe essere l’Amore vero e concentrato, con un grande equilibrio tra acidità e mineralità.
Non posso esimermi dal sorseggiare questo superbo Palette rouge senza ascoltare in sottofondo il brano “Les yeux ouverts” interpretato dalla cantante francese “Enzo Enzo”, adattamento dell’originale “Dream a Little Dream of Me”, contenuto come parte della colonna sonora del film (andate a sentirvela su You tube o Spotify). Una traccia altamente romantica che mi intenerisce e mi inquieta, avvolgendomi in un vaporoso mantello nostalgico, in parte per la giovinezza spensierata di quegli anni e in parte per la delicata bellezza e per la sensualità mai maliziosa di una meravigliosa Meg Ryan….
Alla prossima