La mia frequenza alla scuola elementare (oggi chiamata primaria), ormai è un ricordo molto distante, anche se ancora ben presente.
Sono trascorsi oltre 50 anni da quando misi per la prima volta il piede in un’aula vetusta, con il pavimento dissestato, con il banco pesante e ben ancorato e con l’apposito buco circolare posto nell’angolo alto, a sinistra, per inserire il calamaio, quel piccolo recipiente di vetro usato per contenere l’inchiostro per scrivere.
Intingevo la penna per abbozzare sul quaderno interminabili pagine di aste e poi, le prime lettere dell’alfabeto, con quel colore che era un misto di blu e nero e quel profumo particolare che emanava, che per magia sento ancora adesso, mentre sto scrivendo, al punto da catapultarmi, ancor più veloce del “teletrasporto” di StarTrek, in una dimensione così lontana ma anche ricca di piacevoli ricordi e nostalgiche sensazioni. Per non parlare dei chili di carta assorbente che usavo quotidianamente e delle dita intrise di inchiostro che neanche mia madre riusciva a pulire completamente.
A onor del vero, una delle prime cose che mi chiesi, dopo qualche mese di scuola, nonostante la mia tenera età, fu il capire il perché della presenza nell’alfabeto di alcune lettere che non riuscivo ad associare alla lingua e alle parole italiane e mi riferisco alla X, alla K, alla Y, alla J e alla W.
Di tutte queste, quella che da sempre ha esercitato il mio interesse ed un misterioso fascino è la lettera Y.
Ventiseiesima lettera dell’alfabeto greco arcaico dove corrispondeva, secondo il sommo Plinio, alla sedicesima lettera dell’alfabeto che Cadmo aveva portato in Grecia. Fu Cicerone che, dopo la X, l’aggiunse come ventiduesima lettera dell’alfabeto latino; in seguito, nel medioevo, ebbe in Italia la pronuncia “I”, per poi essere inglobata nell’alfabeto attuale al ventiquattresimo posto.
Secondo gli storici, la Y era un simbolo risalente alle antiche tradizioni sapienziali, utilizzata quasi esclusivamente dalla Scuola Pitagorica, per indicare il bivio ideale tra gli opposti sentieri iniziatici del “vizio” e della “virtù”.
La sua conformazione ramificata lo testimonia; il ramo di destra rappresenta la virtù e quello di sinistra il vizio.
La virtù è quella disposizione d’animo volta al bene al di fuori di ogni considerazione di un eventuale premio o castigo; il vizio è, se vogliamo uniformarci alla dottrina cristiana, il frutto del peccato. Fulgido esempio sono i 7 vizi capitali, che paradossalmente, nella società in cui viviamo potrebbero essere scambiati per virtù; ad esempio l’estrema competitività e l’ambizione di apparire che oggi sono da molti considerate come accezioni positive, potrebbero essere scambiate per superbia, oppure la bramosia di mangiare in modo sofisticato e tendere a bere solo eccellenze, potrebbero assumere quello che viene definito come vizio capitale della gola.
Se penso a quest’ultimo concetto, posso con assoluta certezza asserire di essermi imbattuto in un vino che rappresenta il vero condensato di questi due opposti sostantivi. Mi riferisco al Y (Y grec) degustato nell’annata 2004, di 13,5° vol. dell’iconico CHATEAU D’YQUEM.
Parlare di Chateau d’Yquem, mi emoziona sempre, un’azienda vinicola secolare che dà vita al vino dolce più buono al mondo, il Sauternes.
Siamo a sud di Bordeaux ed è doveroso fare un piccolo excursus storico.
Tra i vini dolci di Sauternes, Château d’Yquem apparteneva alla corona inglese nel Medioevo, partner privilegiato della regione di Bordeaux nel commercio del vino. Nel 1593, Jacques Sauvage ottenne la titolarità della tenuta, che si distingueva già per pratiche di coltivazione all’avanguardia. Tuttavia, i suoi discendenti non avrebbero potuto godere appieno di queste terre fino all'inizio del XVIII secolo, quando, nobilitati da Luigi XIV, presero il nome di Sauvage d'Yquem. Il matrimonio nel 1785 di Françoise-Joséphine de Sauvage d’Yquem con il conte Louis Amédée de Lur-Saluces segnò l’ingresso di questa antica famiglia bordolese nella prestigiosa tenuta di Sauternes. Dopo la morte nel 1851 della vedova di lunga data “Dame d’Yquem”, suo nipote Romain-Bertrand de Lur-Saluces ereditò un’annata dalla reputazione consolidata, spinta ancora più in alto dalla classificazione del 1855 (unico Premier cru Supérieur).
Da allora Chateau d'Yquem fu invitato alle tavole dei più grandi, che spendevano enormi capitali per regalarsi questo prezioso nettare: nel 1859, il Granduca Costantino, fratello dello zar di Russia, spendeva la prodigiosa somma di 20.000 franchi d’oro per una botte di vino di Yquem.
Il vino dolce più famoso al mondo, Yquem, è diventato proprietà del gruppo LVMH, guidato dall'imprenditore Bernard Arnault, nel 1999. Lo Chateau è oggi diretto da Pierre Lurton, già a capo del Château Cheval Blanc, a Saint-Émilion. Prima di lui, Alexandre de Lur Saluces scrisse, dal 1967 al 2004, alcune delle pagine più belle dell’intera storia enologica.
Ho avuto la fortuna nel lontano 2009 di recarmi a Chateau d’Yquem, in una visita privata che è diventata, nel mio modesto palmares, come una delle più iconiche del mio percorso enologico e oggi, per non dimenticarmi di quei momenti, conservo ancora in cantina una bottiglia annata 1998 (un vero tesoro). All’epoca avevo degustato il loro superbo vino dolce, ma in questo frangente è doveroso spendere più di una parola su questo altro vino che, specificatamente in questa annata, se ancora la trovate sugli scaffali di un’enoteca, vi obbligherà a spendere più di 300 euro. Molti, ma per un appassionato, spesi davvero bene.
Y d'Yquem (Ygrec) è il vino bianco secco, prodotto soltanto in annate selezionate e ottenuto da un esclusivo blend di uve Sauvignon Blanc e Sémillon. È il risultato di un meticoloso lavoro svolto in vigna. Le uve di Sauvignon Blanc sono le prime ad essere vendemmiate, mentre per le uve di Sémillon si attende il raggiungimento del massimo grado di maturazione, ovvero nelle prime fasi di attecchimento della muffa nobile Botrytis cinerea. I processi di vinificazione risentono ancora della tradizione produttiva dello Château ma si utilizzano anche sistemi all'avanguardia offerti dalla tecnologia moderna. Le fasi conclusive della fermentazione e l'affinamento si svolgono in botti nuove per 1/3 e per almeno tre anni.
Ma veniamo come sempre alle note di degustazione, che in questo caso sono ancora più emozionanti che mai, di una bottiglia dalla livrea regale con un’etichetta sobria ed iconica come quella del loro Sauternes mai cambiata nel corso dei secoli.
Stappato 3 ore prima di essere servito, si presenta con una stupenda veste completamente dorata, luminosissima su tutta la superficie.
Roteato nell’ampio balloon si dimostra estremamente intrigante con un naso pervaso da iniziali effluvi idrocarburici di gas metano e pietra focaia, che lentamente e in dissolvenza vengono sovvertiti da un’energizzante esplosione di frutta, di pompelmo, limone maturo, passion fruit oltre a leggiadre note floreali, a nitidi sentori di fiori di bosso e sul finale si viene letteralmente inebriati da una delicatissima sensazione di miele selvatico.
In bocca è semplicemente meraviglioso!!!
Una morbidezza, una pulizia ed un’eleganza fuori dal comune, con una squisita e quasi impercettibile percezione oleosa che dà quella sensazione di aumento della salivazione che induce a una continua beva. Corrispondenza naso/bocca da vero fuoriclasse con una presenza di miele molto sostenuta ma controbilanciata da un’acidità distintiva su una solida base sapida, con una persistenza gustativa davvero lunga e con un sottile retrogusto leggermente amaricante sul finale.
Un vino per certi versi muscoloso, strutturato, profondo, di carattere e con una vita ancora decisamente lunga avanti a sé.
Una vera rivelazione, al pari del più blasonato Sauternes.
Quando parlo di Chateau d’Yquem, non posso non pensare alla dolcezza dei suoi inimitabili Sauternes, quella dolcezza che è mancata alla mia maestra delle elementari, una donna tutta di un pezzo, che nonostante ciò, ha saputo con rigorosità e sapienza, inculcarmi i rudimenti fondamentali per poter proseguire al meglio negli studi. Purtroppo, non si può avere tutto nella vita e quindi mi consolo versandomi ancora un po’ di questo Y (Y grec) che è talmente buono e che potrebbe indurmi davvero sulla via del vizio (di bere) ma allo stesso tempo è talmente virtuoso che non ne posso fare a meno.
Alla prossima.